Omelia della messa di suffragio per don Roberto Malgesini

La morte violenta di don Roberto ha suscitato una vasta eco non solo in diocesi, ma in tutta Italia e in varie regioni del mondo. Ieri mattina, incontrando il Papa, sottolineavo che don Roberto non amava parlare di sé, agiva in sordina e nessuno si immaginava quante persone sapeva contattare. Oggi succede proprio tutto il contrario. Tutti parlano di lui, non solo della sua efferata morte, ma anche del suo apostolato tra i poveri, del suo stile di azione, del suo sguardo pieno di benevolenza e di tenerezza. Uno sguardo che lasciava trasparire una profonda serenità interiore, una grande pace, frutto dell’essere abitato da Dio. Quanto vorrei che non ci si dimenticasse della sua testimonianza, ricca di tenerezza e di dolcezza verso tutti, perché frutto di una matura e forte confidenza con il suo Gesù. Ciò che compiva concretamente a servizio dei poveri non era che un semplice mezzo, attraverso cui manifestare concretamente il suo amore per il Signore, un semplice mezzo per sottolineare che ciascuno di noi è una creatura amata da Dio in modo unico e originale, che noi valiamo “più di molti passeri”, come abbiamo ascoltato nel vangelo di questa sera.

A don Roberto non importavano le varie strategie politiche, né compiva interventi clamorosi di dissenso contro chi lo rifiutava o semplicemente non lo capiva. Egli aveva a cuore ben altro: ossia annunciare con la sua vita che ogni uomo è nostro fratello, che ogni povero è degno di stima e di fiducia semplicemente perché figlio di Dio. Sceglieva perciò di stare accanto ai poveri e agli ultimi e di vivere con essi delle belle e autentiche relazioni di amicizia, in piena semplicità e con grande rispetto. Senza queste convinzioni non riusciremmo a capire don Roberto e a giustificare il suo impegno pastorale, che a molti, certo, poteva apparire fuori luogo o inusuale. Il vangelo prima lo si vive, lo si commenta con la propria vita, poi semmai lo si predica! Dico questo con grande vergogna, perché a volte noi rischiamo di annunciarlo senza tuttavia viverlo fino in fondo.

La gente, che ha “buon fiuto”, è accorsa a lui numerosa in questo mese, parla volentieri di lui come con nessuno di noi, perché ha riconosciuto in d. Roberto una forte testimonianza evangelica, una figura attraente di amico di Dio e di ogni uomo che Dio ama. Le persone oggi si attendono dalla Chiesa, al di là di tante programmazioni, una presenza con questo stile di sapienza. Sono certo che i giovani si lasciano affascinare non dalle attività che don Roberto svolgeva, a volte inimitabili, ma dal suo stesso stile sacerdotale, capace di parlare al cuore di ciascuno. Un’ ultima considerazione. Da dove veniva a don Roberto questa capacità di vivere una vita sacerdotale così limpida e trasparente? La festa liturgica di oggi dedicata a santa Teresa d’Avila ce lo annuncia: dalla sua costanza nella preghiera quotidiana, che gli ha permesso di vivere e di crescere sempre più in un gioioso rapporto di amicizia con il Signore e con il suo Spirito che purifica e plasma i cuori. La preghiera, ci insegna la santa, non “è altro che un intimo rapporto di amicizia, nel quale ci si trattiene spesso da solo a solo con quel Dio da cui ci si sente amati”. E chi si sente teneramente amato sprigiona tenerezza a tutti e sempre, senza condizioni di sorta, in ogni condizione di vita.

tratto da: http://www.settimanalediocesidicomo.it/2020/10/15/a-un-mese-dalla-morte-di-don-roberto-il-vescovo-oscar-ha-annunciato-il-vangelo-vivendolo-annunciando-che-ogni-uomo-e-fratello/

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