Omelia alle esequie di don Giovanni Rezzonico

Fratelli e sorelle amati dal Signore,
cari sacerdoti che accompagnate con la preghiera il nostro confratello don Giovanni,
siamo a due mesi di distanza dal distacco terreno del caro don Alessandro e, in attesa di un nuovo pastore, eccoci qui di nuovo, per la liturgia di commiato di un altro vostro parroco don Giovanni Rezzonico che qui ha svolto il ministero sacerdotale, come sapete, per ben 38 anni, un periodo veramente molto prolungato e gli ha permesso di stabilire un intenso rapporto con gran parte della popolazione, un tempo in cui egli ha potuto incontrare, servire, amare in tanti modi lieti e tristi tante persone che gli sono affidate alle sue cure.

Poi don Giovanni ha lasciato Delebio nel 2003, ma ha chiesto esplicitamente di voler ritornare in questa parrocchia, che egli ha considerato giustamente come la sua famiglia e ora si affida alle preghiere di tutta questa comunità, in particolare di noi qui siamo riuniti nel nome del Signore.

Don Giovanni potrebbe fare sue le esortazioni che abbiamo ascoltato nella prima lettura, rivolgendosi a noi come un’ultima raccomandazione, un brano così prezioso, uno dei più importanti del nuovo testamento: “Vi esorto fratelli a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio: è questo il vostro culto spirituale”. Cosa significa? Il culto spirituale che Dio si aspetta da ciascuno di noi consiste nell’utilizzare ogni occasione ordinaria della vita quotidiana quale segno d’amore, in modo tale che tutto di noi stessi, con quello che siamo e con quello che facciamo nella vita di ogni giorno diventi una offerta, un dono gradito a Dio. Il culto spirituale di cui parla l’apostolo Paolo non si esaurisce all’interno di una liturgia come quella che stiamo celebrando, la liturgia eucaristica, ma si estende a tutta la vita, nelle nostre occupazioni più comuni, secondo la vocazione propria a ciascuno.
E Paolo ha citato le diverse categorie delle vocazioni diverse, esortando ciascuno a vivere la propria vocazione con dignità, con impegno e con tanta bontà. Ci è domandato di fare tutto con amore e di compierlo non per secondi fini o per forza, ma come segno di fedeltà incondizionata. Nella vita ordinaria sono più costosi i gesti umili e non  appariscenti piuttosto che i gesti straordinari, magari anche eroici ma compiuti una volta sola che rischiano tuttalpiù di diventare un’occasione per sentirsi degli eroi, migliori degli altri, quindi a lode di noi stessi. Ci è chiesto di compiere bene i compiti che il Signore ci affida, ma sono i compiti più ordinari, più semplici e più umili, ma anche i più costosi.

Poi abbiamo ascoltato la descrizione del Vangelo in cui Gesù alla vigilia della sua passione lascia il suo testamento d’amore che si conclude con questo gesto simbolico, di lavare i piedi ai suoi discepoli perché imparino la regola del servizio, del mettersi al posto come i servi appunto che lavano i piedi ai loro padroni. Notate che Gesù non è passato oltre a Giuda, anche se era ben consapevole che questi lo avrebbe tradito e anche lavato i piedi a Pietro che lo avrebbe tra pochi giorni rinnegato. E Pietro sulle prime rifiuta che il maestro gli lavi i piedi, scandalizzato dal momento che sarebbe stato lui, logicamente, a lavare i piedi a Gesù. Bene questo è il grande insegnamento che un pastore come don Giovanni deve lasciare alla sua comunità perché noi impariamo a lavarci i piedi gli uni gli altri, che tradotto significa prendersi cura, essere attenti alle situazioni dei singoli, intervenire con discrezione senza fare pesare mai il prezzo del nostro servizio, senza aspettarsi grazie. Ed è lo stile discepolare che ne don Giovanni ha usato quando era tra noi: fedele alla sua vocazione, ha amato la Chiesa con generosità e insieme si è donato servendo tutti anche se a volte poteva apparire un uomo rigoroso.

Dal cielo aiuti questa comunità a sentirci solidali con tutti, a renderci consapevoli delle nostre responsabilità perché tutti siamo responsabili gli uni degli altri, chiamati come dice l’apostolo ad essere “lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera”.

Amen

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